Cinque giornate di Serie B, cinque prove di realtà: una vittoria, due pareggi, due sconfitte, tre trasferte e la sensazione di un campionato durissimo, che non fa sconti. La seconda stagione di Fabio Gallo sulla panchina del Vicenza è iniziata in salita, com’era prevedibile salendo di categoria. Ed è proprio nei momenti difficili che vale la pena riascoltare chi è davvero un allenatore e quali sono i principi che muovono le sue scelte.
Otto mesi fa, per la sua puntata numero 200, Linea Lane si era concessa un ospite speciale: Fabio Gallo, allora all’apice, con un girone A di Serie C dominato e la Panchina d’Oro appena ritirata a Coverciano come miglior tecnico della Lega Pro della passata stagione. Due ore su tattica, preparazione e gestione degli uomini. Quelle riflessioni, oggi, non sono un amarcord: sono la chiave per capire perché Gallo creda che il metodo regga anche nella tempesta.
Si parte proprio dal premio. «È stata una grande soddisfazione, frutto del lavoro straordinario della passata stagione. È la cosa più gratificante, perché le votazioni sono private e sincere».
Un riconoscimento che gli è valso i complimenti di colleghi di ben altra categoria. «Ho ricevuto i complimenti di tanti allenatori, anche di Antonio Conte, che era seduto di fianco a me, e di Inzaghi, con cui sono stato compagno di squadra. Ci si segue tutti: io guardo la Serie A in modo disinteressato, loro guardano la Lega Pro».
Ma è quando si entra nel merito del lavoro quotidiano che Gallo si spiega come allenatore, a partire da un dettaglio che considera cruciale: le palle inattive.
Le palle inattive, un’arma offensiva
Il primo tema è quello dei calci piazzati, che per Gallo non sono un dettaglio ma un fondamentale su cui costruire vittorie.
«Le palle inattive sono una situazione offensiva vera e propria. Serve coraggio, servono uomini, e bisogna accettare anche il rischio delle ripartenze. A volte prendi gol, è vero, ma altre volte vinci le partite».
Il metodo parte da un particolare diventato celebre, il “saltino”. «In realtà se lo sono inventato i giocatori: serve a dare un tempo in più, perché chi non calcia deve interrompere la rincorsa. Quel piccolo salto diventa il tempo di partenza. I due saltatori più forti partono in ritardo, mentre i primi quattro vanno a schiacciarsi sulla seconda linea della zona: la palla arriva proprio lì, dove teoricamente ci sono i difensori meno forti dell’avversario. È uno schema pensato per giocare dentro l’area.»
Le palle inattive sono una situazione offensiva vera e propria. A volte prendi gol, ma altre volte vinci le partite
Dietro a tutto questo non c’è nulla di casuale. «I piazzati li prepariamo io e Marco Onesti, il preparatore dei portieri. Siamo entrambi molto appassionati di palle inattive. Condividiamo tutto e decidiamo insieme. Non c’è niente di improvvisato: tutto è studiato in base alle caratteristiche dei nostri giocatori e a quelle degli avversari».
E si guarda anche in alto, ai modelli migliori: uno degli schemi ricorda l’Arsenal, con la palla lenta sul primo palo. «Guardiamo tutto. L’Arsenal ha struttura, ha piede, calcia la palla lenta in quella zona e il portiere fatica a uscire. Abbiamo cercato di semplificare alcuni schemi, rendendoli più concreti, anche perché nella prima parte della stagione facevamo fatica a essere determinanti sulle palle inattive, pur avendo buoni calciatori e buoni saltatori».
C’è poi la logica dietro i dettagli che il pubblico nota ma non sa spiegarsi, come il fatto di essere spesso in due sulla palla. «Tanti tifosi mi chiedono perché uno dei due poi vada via e che senso abbia. Il motivo è semplice: in questo modo porti fuori dall’area un uomo dell’avversario e togli quindi un giocatore dalla zona. Quello che non calcia rallenta la corsa e va poi subito in copertura».
Come è cambiato lo studio dei dettagli
Gallo ha alle spalle una carriera da giocatore in Serie A, tra Atalanta e Torino, e ha visto il mestiere trasformarsi. «Il fatto che le palle inattive fossero determinanti era chiaro anche quando giocavo io. La differenza è che non c’era uno studio video come oggi, semplicemente perché non c’erano i mezzi. O meglio, qualcosa c’era: a Brescia avevo un preparatore atletico che riprendeva le partite con una telecamera. Adriano Bacconi già allora riprendeva i calci d’angolo, commentandoli con la sua voce.»
Quello che si è perso, semmai, è l’artigianato del singolo. «Prima c’erano molti più specialisti, soprattutto dai 16, 18, 20 metri. Oggi ce ne sono meno, secondo me anche per una certa negligenza dei giocatori, che provano molto meno le punizioni rispetto a quello che facevamo noi. A Brescia c’era Hagi, un talento fuori da ogni realtà: a fine allenamento restava quaranta minuti a calciare. Lo stesso facevano Baggio, Del Piero, Totti.»
Se un tempo si curava il proprio gesto, oggi lo studio si è spostato sull’avversario. «Quando una squadra difende a zona, spesso lo fa per cancellare gli schemi preparati dall’avversario. Io ho usato la zona, la zona mista con un “castello”, ma oggi, per assurdo, preferisco marcare a uomo sui corner e usare il castello sulle punizioni laterali.»
E poi ci sono le mode, da maneggiare con criterio. «Si copia ciò che funziona altrove: lo fa l’Arsenal, allora lo faccio anch’io. Però bisogna capire se è adatto ai tuoi giocatori. Tutto va deciso anche in base alle loro sensazioni: a inizio stagione ho dato degli input chiari, e i ragazzi mi hanno risposto “Va bene mister, così ci piace”. Da lì abbiamo costruito.»
Il vestito giusto
Una delle domande più classiche: è l’allenatore a doversi adattare ai giocatori, o è la rosa a doversi costruire attorno alle sue idee? Per Gallo, fuori dalla Serie A la risposta è una sola. «Quando alleni a livelli diversi dalla Serie A, nella maggior parte dei casi devi lavorare con i giocatori che hai a disposizione. La capacità principale, soprattutto scendendo di categoria, è trovare il “vestito” giusto per la squadra.»
L’esempio arriva dalla sua esperienza a Foggia. «Arrivo con una squadra penultima in classifica, che giocava con il 4-2-3-1 ma aveva centrocampisti che non potevano giocare a due: non facevano filtro, non avevano il concetto di marco-copro. Mi sono trovato Costa e ho pensato che potesse essere un quinto importante; dall’altra parte avevo Garattoni, un altro quinto con grande corsa. Dovevo essere pratico: la priorità era non prendere gol e risollevare la squadra. Ho provato il 3-5-2 e, quasi per incanto, la squadra si è ritrovata. In cinque mesi siamo passati dall’essere penultimi a quarti in classifica.»
La regola, però, non è assoluta. «Ogni allenatore ha la propria filosofia: se hai il dominio del gioco, se sei una squadra di palleggio, è giusto portarla avanti.»
La capacità principale, soprattutto scendendo di categoria, è trovare il “vestito” giusto per la squadra
Il braccetto che diventa attaccante
C’è un principio che Gallo considera la firma del suo gioco. « Quando il braccetto dà palla e va, anche se poi l’azione si ribalta dall’altra parte, deve andare a fare l’attaccante. Se ci pensate, chi lo prende? I difensori sono occupati con le punte, la mezzala avversaria è impegnata, e così il braccetto diventa difficilmente marcabile. È un concetto molto “alla Atalanta”: Gasperini è stato il vero precursore di questo tipo di gioco, Toloi ha fatto una quantità enorme di gol così».
Palleggio sì, ma con criterio
Gallo tiene molto al portiere che sa impostare: «avere un portiere che gioca sia di destro sia di sinistro, che non ha paura dell’imbucata, è fondamentale», ma è tutt’altro che un dogmatico del possesso. «Io non sono un allenatore che ama rischiare troppo, non sono un palleggiatore esasperato. Però, nel momento in cui la squadra diventa padrona di quello che fa, diventa anche una squadra che palleggia».
Il resto dipende dal contesto, e lo racconta con una schiettezza da spogliatoio. «Una volta, a fine primo tempo, ho detto ai ragazzi: “Se vi vedo palleggiare ancora una volta davanti all’area, vi prendo a calci in culo”, perché il campo non lo permetteva e c’era una pressione forte. Vengono a pressarci? Facciamogli fare qualche corsa all’indietro e lavoriamo sulle seconde palle».
C’è poi il lavoro sul singolo, che per Gallo non significa mai cancellarne le qualità. Leverbe è un centrale di grande piede che a volte ne abusa, e lì il confine è sottile. «Non posso togliergli quella caratteristica, ma devo guidarlo. Non devo spersonalizzare i giocatori. Gli ho detto: “Sfidare va bene, rischiare in quel modo no”. Sfidare significa tenere la palla, aspettare l’aggressione e poi trovare il compagno. Fare un controllo sbagliato sotto pressione, invece, non è sfidare: è essere troppo sicuri che l’avversario non ti prenda la palla».
L’intelligenza vale più dei bonus
In un’era dove il Fantacalcio fa sembrare che esistano solo gol e assist, Gallo rivendica ciò che non finisce nelle statistiche. Su Zonta è netto: «Dal punto di vista tattico è il giocatore più bravo che abbiamo: si mette sempre nella posizione giusta e va a sopperire agli errori dei compagni. Anch’io leggo che non ha bonus, che non ha assist, che non ha gol. Ma è normale. Zonta ha un cervello grande così, e a volte quello è più importante di un assist o di un gol».
Il metro con cui giudica un centrocampista, del resto, è tutto nei tempi di gioco. «I tempi di gioco sono fondamentali: se fai un tocco giochi in Serie A, se ne fai due giochi in Serie B, se ne fai tre o quattro giochi in Serie C, se ne fai sei giochi in Serie D. È una battuta, ma rende l’idea».
Se fai un tocco giochi in Serie A, due in Serie B, tre o quattro in Serie C, sei in Serie D
Ed è la stessa esigenza — pensare in fretta, muoversi sempre — che ha preteso da Marco Carraro. «È un play che a me piace molto, ma quest’anno ha dovuto lavorare tanto. In ritiro l’ho messo in discussione: gli ho detto “o corri o non puoi giocare. Da fermo non giochi, perché da fermo gioco anch’io e sono più forte di te”. Se mi ascolti, farai una stagione importante. E così è stato».
Non è l’allenamento che devi gestire, è la partita
Sulla preparazione Gallo ha un’idea netta, quasi ruvida. «L’aspetto più importante è atletizzare nel miglior modo possibile tutta la rosa. Io non sono un amante dei richiami: per me ti devi allenare sempre forte. Non è l’allenamento che devi gestire, ma è la partita. Se ti alleni forte, la partita la gestisci meglio; se ti alleni piano, non la gestisci, perché c’è sempre l’avversario».
Perché il calcio, oggi, chiede benzina. «Se guardate una partita di Serie B, vedete meno tatticismo e più transizioni: un’azione da una parte, poi dall’altra. Questo lo puoi fare solo se hai motore e se sei allenato ad altissima intensità».
E la mentalità fa parte del lavoro quotidiano. «La alleni durante la settimana, con partitine in cui devi fare almeno sei passaggi prima di andare al tiro, ma se recuperi palla puoi andare subito in verticale: così la riaggressione diventa fondamentale. Tutto lo alleni con l’intensità, con il ritmo, con la voce. È fondamentale il timbro, il tono che dai all’allenamento: sono cose che la squadra riconosce. Quando dalla panchina urlo “riattacca”, il primo che ha perso palla è il primo che deve dare l’input a tutti».
C’è, infine, la consapevolezza di quanto tutto questo sia difficile da far vedere da fuori. «Uno lo sa che un calciatore non deve fare solo i novanta minuti, ma è il come che fa la differenza. Il pensiero porta idee, le idee portano innovazione, e l’innovazione porta risultati».
I cambi non si “azzeccano”
A Gallo fanno spesso i complimenti per aver indovinato i cambi, e lui la parola non la sopporta. «Non mi piace “azzeccare”. Non chiudo gli occhi e prendo un bigliettino. Io conosco la mia rosa. Ogni scelta la condivido con il mio staff: il giorno meno due dalla partita facciamo un briefing in cui metto a nudo tutte le mie perplessità. Non è fortuna, è conoscenza dei giocatori».
A volte, per far crescere un giocatore, serve pungerlo. Il caso di Filippo Alessio è esemplare. «È un talento grandissimo, ma con grandi pause. Per giocare ad alto livello deve diventare una mezzala offensiva, e per diventarlo deve soffrire. Un venerdì lo prendo e gli dico —volevo farlo incazzare — “Filì, ti vedo bene, meriteresti di giocare… però non ti faccio giocare”. E me ne vado. Mi voleva ammazzare. Due partite dopo ha giocato titolare».
È lo stesso principio che tiene viva tutta la rosa. «Gli undici che scelgo devono tenersi stretta la maglia, perché ce ne sono altri undici che potrebbero giocare al loro posto e lottare per vincere il campionato. Questo crea mentalità, gruppo, competizione. Ma non basta dirlo, devi metterlo in pratica. Anche facendo incazzare qualcuno».
Ma non basta dirlo, devi metterlo in pratica. Anche facendo incazzare qualcuno
I colori della testa
Gallo non gestisce tutti allo stesso modo, e non sta nemmeno sempre addosso ai giocatori. «Io volutamente non sto sempre con loro: arrivo quando sento che è il momento giusto. Il lavoro “sporco” lo fanno i miei collaboratori, che sono straordinari. Un allenatore non può dedicare dieci minuti al giorno a ogni giocatore: servirebbero dieci ore. Poi io arrivo, magari faccio una battuta, prendo un giocatore in giro davanti agli altri per stimolarlo. Ma questo dipende dal carattere».
È qui che entra la parte che ha studiato di più. «I caratteri, i “colori” della testa. In base al carattere che hai, ci sono parole che ti stimolano e parole che non servono a nulla. A Carraro, che è un riflessivo, se dici “ti farà un mazzo così”, ti risponde: “Va bene, vediamo”. A Rauti, che è istintivo, se dici “quel difensore non ti fa toccare palla”, la risposta è: “Adesso ti faccio vedere io”. Devi usare parole diverse, nel momento giusto. È un mestiere. Ecco perché sono pelato » (ride, ndr).
E la regola non risparmia nessuno, nemmeno i più grandi. «Tutti i giocatori vanno corretti. Sempre. Io ho allenato Gilardino a Spezia. Gilardino, campione del mondo. Quando faceva lo scarico dando le spalle alla palla gli dicevo: “Alberto, non puoi dare le spalle alla palla”. E lui: “Hai ragione, mister”. A volte pensavo: sto correggendo uno che ha vinto il Mondiale. Ma è proprio quello il punto: in quel momento tu sei l’allenatore, lui è il giocatore, e deve essere predisposto ad ascoltare. E non a caso è un campione del mondo».
I “colori” della testa: ci sono parole che ti stimolano e parole che non servono a nulla
Dall’Oltrepò alla Serie A: la cultura del lavoro
La carriera di Gallo spiega molto del suo metodo. «Un giocatore che non è performante a 20 anni può esserlo a 25, ma solo passando dal lavoro. Io ero capitano della Nazionale, capitano della Primavera dell’Inter, il giocatore più importante del settore giovanile. Poi ho trovato un allenatore con cui non andavo benissimo: i miei compagni sono andati in Serie B e Serie A, mentre io sono finito all’Oltrepò».
Da lì, la risalita un gradino alla volta. «Due anni lì, poi Spezia, poi Brescia. Il primo anno non gioco, torno in C1, poi rientro in B. Si fa male un giocatore, Mazzone mi dà l’occasione e non perdo più il posto. Ho giocato in Serie B a 23 anni e in Serie A a 24. Questo è quello che dico ai ragazzi: non esiste un’età giusta. Conta la cultura del lavoro, perché quando arriva l’occasione devi essere pronto».
E l’idea della panchina era già lì, sotto la superficie. «Giocare da regista ti apre la testa: è il braccio armato dell’allenatore in campo, ti dà una visione diversa del gioco. Però fare l’allenatore lo devi avere scritto dentro. È come fare l’insegnante».
Allenare è allenare la testa
Alla fine, per Gallo, tutto torna a un punto: la tecnica del mestiere conta meno di quanto si creda. «Se cerchi su internet “come allenare il 3-5-2”, ti si apre un mondo: quello lo possiamo fare tutti. Il problema vero è che davanti hai trenta teste che devono ragionare nello stesso modo. Allenare, concedetemelo, è quasi la parte più semplice. L’aspetto mentale è quello fondamentale: motivazione, fiducia, personalità. È tutto comunicazione».
Anche il modo di reagire ai risultati è una questione di testa, da allenare come un movimento. «Un allenatore e un giocatore devono saper smaltire le sconfitte nello stesso modo delle vittorie. Perdo il sabato, domenica e lunedì si ricomincia: non posso arrivare al giovedì con la testa sotto la sabbia. E bisogna evitare le “prime donne”: se uno pensa che giocare a Vicenza sia un favore che fa lui al club, inizia a rompere tutto. Come li eviti? Non prendendoli».
Allenare, concedetemelo, è quasi la parte più semplice. L’aspetto mentale è quello fondamentale: è tutto comunicazione
Una piazza che si sente
C’è poi un ingrediente che qui si respira più che altrove: l’appartenenza. «In Lega Pro non ci sono squadre con così tanti giocatori della città e della regione come il Vicenza. Provate a pensare cosa vuol dire, per un vicentino, raggiungere un obiettivo che questa città rincorre da tempo. Questo senso di appartenenza non lo compri da nessuna parte: o c’è o non c’è. È un valore enorme, ed è una leva su cui devi lavorare».
Una piazza che Gallo aveva imparato a riconoscere già da avversario. «Vicenza l’ho sempre vista come una piazza simile a Bergamo: legate visceralmente alla squadra. Ho fatto una Serie B a Bergamo con 13.000 abbonati dopo una retrocessione. Vicenza è uguale».
Gli stessi principi, alla prova del fuoco
Rivedere oggi quelle parole ha qualcosa di beffardo: l’allenatore che raccontava le palle inattive come un’arma offensiva si ritrova, in Serie B, a incassarne cinque su palla inattiva in cinque giornate. Eppure, nell’ultima uscita pubblica a “È Solo Calcio” dopo il ko nel derby col Verona, Gallo non ha cambiato una virgola del suo vocabolario.
Sui gol subiti è tornato al primo dei suoi principi: «L’uomo va marcato. Non ho mai visto la palla entrare da sola senza che il giocatore la toccasse.» E ha ribadito la sua legge difensiva: «A livello difensivo devi essere pessimista, perché non sai cosa hanno in testa. Chi fa tanti gol è un genio: tu devi essere pronto perché lui non possa pensare prima di te».
Anche di fronte alle dichiarazioni forti di un suo giocatore, la linea è la stessa raccontata nella puntata 200. «Io sono innamorato dei miei giocatori: sono il mio braccio armato, senza di loro non vado da nessuna parte. Non mi sento tradito, sono incazzato: è diverso». E la difficoltà del momento, saldare un gruppo con tredici volti nuovi, la affronta con l’idea di sempre, il lavoro: «Gli schiaffi sul muso a volte fanno bene».
È qui che l’intervista dell’anno passato e il presente si incontrano. Perché se gli chiedi cosa conti davvero, alla fine di tutto, la risposta non ha niente a che fare con la classifica.
«Il successo più grande, per me, è essere considerato una persona coerente, corretta, rispettosa»

