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Il Lane

Dentro il vivaio del Lane. Due parole con Lorenzo Simeoni

Dallo scudetto Under 16 alla Serie B: Lorenzo Simeoni racconta il vivaio del Lane, tra tre principi chiave, allenatori diversi e un'idea fissa: far crescere i talenti del territorio.

Leonardo Favero 13 min 04/10/2026

Santarcangelo di Romagna, 19 giugno 2026. Una doppietta di Giacomo Gamberini piega il Lecco 2-0 e consegna al Vicenza il primo scudetto Under 16 di Serie C della sua storia, dopo le finali perse nel 2019 e nel 2023. Un trofeo arrivato a fine stagione, ma dietro c’è un lavoro iniziato molto prima: lo stesso che quest’anno ha portato diversi ragazzi del vivaio a giocare da titolari nella prima squadra promossa in B.

Poco più di un mese prima, l’11 maggio, Linea Lane aveva dedicato una puntata intera al settore giovanile. In studio c’era Lorenzo Simeoni, responsabile tecnico del vivaio e allenatore dell’Under 15, già ospite cinque anni prima, quando guidava la Primavera. Quasi due ore di conversazione: ne abbiamo scelto le riflessioni che restano valide ben oltre quella stagione.

Simeoni comincia subito con una frase presa in prestito da Michele Nicolin, responsabile del settore giovanile. «Se metti al primo posto le coppe e i trofei, fanno la ruggine. I giocatori, i ricordi, le emozioni che ti danno, gli esordi: quelli restano. Quest’anno abbiamo avuto soddisfazioni immense. Un conto è far parte della rosa, un conto è vedere i ragazzi titolari, che fanno gol e assist e sono determinanti nel vincere un campionato».

Respingere l’attacco

In molte società il responsabile tecnico si occupa anche di scouting, cioè di chi entra e chi esce. A Vicenza no. «C’è un’area scouting guidata da Davide De Pretto, in contatto diretto con Andrea Basso della prima squadra, con una rete di osservatori che monitora il territorio. Io coordino gli allenatori».

Il rapporto tra le due anime lo spiega con una battuta. «Agli osservatori dico sempre: voi spingete per portare dentro giocatori, io con gli allenatori voglio respingere il vostro attacco. Se lavoriamo bene, quelli che sono dentro respingono chi arriva da fuori e restano. Vuol dire che i ragazzi crescono e non serve prenderne da altre società».

Dal primo anno il lavoro è diviso in aree, ciascuna con un responsabile: la performance con il professor Guderzo, la videoanalisi con Nicolò Tolin, l’area medica con Agostino Padovan e Lazzaretti, i portieri con Mirco Murano. Poi c’è la logistica, meno romantica ma quotidiana. «Abbiamo più campi in città e dobbiamo decidere quale squadra si allena a metà campo e quale ha bisogno di tutto il campo, magari per lavorare sull’attacco della profondità».

Un approccio controcorrente

Cerca “progetto tecnico” di un settore giovanile e trovi quasi sempre la stessa ricetta: tutte le squadre con lo stesso sistema di gioco e gli stessi principi, allenatori in fotocopia. Il Vicenza ha scelto l’opposto. «Allenatori diversi danno stimoli diversi. Dall’Under 13 alla Primavera sono diversi tra loro proprio per abituare i giocatori a cambiare. Pensate al nostro percorso: ci sono state stagioni con tre allenatori in prima squadra. Cosa aiuta un giocatore, se non la capacità di adattarsi in fretta alle richieste di un nuovo mister?».

A chi gli chiede perché non allinearsi al modulo della prima squadra risponde con una domanda. «Quale modulo? Siamo passati da Di Carlo a Brocchi a Baldini. Il calcio di oggi cambia assetto dentro la stessa partita, dalla difesa a tre a quella a quattro. E poi: se fai sempre il 4-3-3 e ti ritrovi un trequartista bravo? Qualche top club può permettersi di fare mercato, scegliere il 4-3-3 e non prendere il trequartista. Noi prendiamo i più talentuosi, al ruolo ci pensiamo dopo».

La diversità funziona perché lo staff è stabile: in otto anni è cambiato poco, al massimo ci si è spostati. Gabriele Stevanin, oggi alla guida dell’Under 17, è stato vice in prima squadra e poi in Primavera, e conosce tutto il percorso dei ragazzi. Ed è questo che rende possibile una scelta come quella di mandare due giocatori dell’Under 15 ad allenarsi con l’Under 17.

«Qualcuno pensa: sono così forti? Non è quello. Sono ragazzi precoci fisicamente: in Under 15 arrivano sul pallone lo stesso. In Under 17 la palla la toccano poco e sono costretti ad accelerare la velocità di pensiero. E l’allenatore dell’Under 17 non li vive come un disturbo mentre prepara la partita della domenica: li allena come fossero suoi, perché siamo un team allargato».

Autonomia, autostima, autoesigenza

Il filo comune del settore giovanile sono tre principi: Autonomia, autostima e autoesigenza.

L’autonomia è una questione di sopravvivenza. «Se un ragazzo va a giocare al Menti davanti a dodici, tredicimila persone, si deve arrangiare. Non c’è il badante, si va a mille, e non puoi avere l’allenatore che ti guida con la voce». L’autostima è sfrontatezza: «Non si può avere paura. Se vuoi giocare a calcio devi essere coraggioso, uno che vuole determinare».

Ma è il terzo principio quello che, secondo Simeoni, fa più differenza. «L’autoesigenza è quando i ragazzi capiscono che devono fare qualcosa in più fuori da quello che fanno in campo con noi. Per i più piccoli significa giocare contro il muro di casa o palleggiare in appartamento. Per i più grandi, una seduta in palestra per conto loro, un mental coach, lavori di tecnica extra, arrivare al campo un’ora prima».

L’autoesigenza è quando i ragazzi capiscono che devono fare qualcosa in più fuori da quello che fanno in campo con noi

C’è una frase che ripete così spesso da far ridere chi lavora con lui. «Perché mi devo arrabbiare io se lui non vuole diventare un giocatore? Sei al Vicenza, ti diamo tutte le possibilità: pedala, datti da fare».

Il traffico di Roma

Sulla tecnica, oggi, il dibattito è acceso: tecnica pura senza avversario o tecnica solo dentro le situazioni di gioco. Simeoni ha le idee chiare, e parte da un vincolo. «Il tempo è il nemico numero uno degli allenatori. Una volta i ragazzi giocavano ore in oratorio e con gli amici, poi andavano al campo. Adesso ci sono bambini che giocano a calcio solo all’allenamento. Se perdi grandi fette di quel tempo solo per costruire il rapporto con la palla, viene a mancare il saper giocare. La cosa più importante non è il gesto tecnico, ma sapere quale gesto usare in quella situazione per risolvere il problema di gioco».

L’esempio è il passaggio. «Se metti i ragazzi a coppie e gli dici “passala forte”, non c’è automisurazione: forte rispetto a cosa? Se invece giochi un quattro contro due e devi imbucare la palla tra i due in mezzo, capisci da solo quanto forte calciare perché arrivi dall’altra parte. E il compagno si abitua a stoppare una bordata».

Così, già dai pulcini selezionati dall’Under 9 in su, passaggio, ricezione e controllo orientato si imparano con un avversario. Il lavoro analitico resta, ma come un passo indietro mirato. «Se un ragazzo non sa fare un lancio lungo di sinistro, in un cinque contro cinque ne farà troppo pochi per impararlo. Allora prima giochiamo io e la palla, come il servizio nel tennis. Poi però ci metto quello che chiamo il disturbatore, un avversario che ti mette fretta». E la sintesi: «Per imparare a guidare nel traffico di Roma devi stare nel traffico di Roma, non in un paesino con un solo semaforo. La partita è il traffico di Roma».

Per imparare a guidare nel traffico di Roma devi stare nel traffico di Roma. La partita è il traffico di Roma

Non si allena l’uno contro uno facendo uno contro uno

«Adesso direte che sono matto», premette. «Alleniamo tanti uno contro uno, ma così alleni l’arma del dribbling, non il momento. In partita ci sono una serie di passaggi, poi la palla arriva in mezzo o sull’esterno e il giocatore deve decidere se quello è il momento di giocarsela e se ha il coraggio di farlo. E poi dalla panchina arriva la parola che odio: “scarica”. E il giocatore non dribbla più, perché non si assume la responsabilità».

C’è anche la lettura. «Se siamo sull’esterno e c’è un raddoppio a destra, devo fare uno contro uno ma andare a sinistra. Il livello della decisione si alza».

Il torneo della piadina

Come si tiene lontana da un allenatore del vivaio la pressione del risultato? Simeoni lo aveva appena ribadito a tutto lo staff, dirigenti e accompagnatori compresi. «La prima cosa chiara a Vicenza è che non ti guadagni la riconferma perché la tua squadra vince il torneo della piadina. Questo non è in discussione».

Ma i risultati non sono indifferenti, perché portano con sé qualcosa che l’allenamento non dà. «Ai playoff ci interessa fare più turni possibile, perché regalano un aspetto emotivo che non è ripetibile: se perdi sei fuori. E parte tre settimane prima: avevo un paio di ragazzi acciaccati che dicevano “per i playoff ci voglio essere”. Se vuoi giocare al Menti devi saper gestire la tua emotività, con lo stadio pieno e il pubblico a cui la tua giocata può anche non piacere. I risultati ci interessano nella misura in cui sono momenti formativi».

I risultati ci interessano nella misura in cui sono momenti formativi

I numeri della stagione regolare, comunque, parlavano da soli. L’Under 17 di Gabriele Stevanin ha chiuso prima con 71 gol fatti e 24 subiti. L’Under 16 di Andrea Rabito aveva il miglior attacco del girone, 51 reti. L’Under 15 di Simeoni ha perso una sola partita su 24, con 75 gol fatti e 17 subiti; Alessandro Rossi, Giosuè Rampazzo e Filippo Collicelli sono stati chiamati nelle selezioni nazionali Under 15. L’Under 13 di Tommy Dal Santo ha chiuso imbattuta, 19 vittorie e un pareggio, prima di uscire ai playoff contro il Parma. Solo la Primavera 2 di Guido Belardinelli, stagione di costruzione con molti giovanissimi, è rimasta fuori dai playoff, nona.

Poi i playoff hanno fatto il loro mestiere, nel bene e nel male. L’Under 15 si è fermata agli ottavi contro la Pro Vercelli, proprio su quel terreno emotivo di cui parlava il suo allenatore. L’Under 16 è andata fino in fondo: Novara, AlbinoLeffe, Ascoli e infine il Lecco, per lo scudetto.

L’anno più difficile

Qual è il passaggio più delicato nella crescita di un ragazzo? Per Simeoni non è l’esordio in prima squadra, ma quello che viene prima. «Dall’Under 17 alla Primavera. Fino all’Under 17 si gioca per annata; in Primavera ci sono due annate più i fuori quota, e non sei abituato a stare tre o quattro partite di fila in panchina, perché prima giocavi sempre titolare. C’è chi molla, chi smette proprio. Te lo devi prendere da parte, ci devi parlare, lo devi sostenere: gli crolla un castello addosso».

Eppure il verdetto è netto. «Se mi dicono che uno deve fare su e giù, firmo subito. Anche mezzo allenamento, anche se sei il ventitreesimo e guardi l’undici contro undici da vicino. Per me l’allenatore della Primavera dovrebbe restare senza giocatori, perché vorrebbe dire che sono tutti in prima squadra».

Per me l’allenatore della Primavera dovrebbe restare senza giocatori, perché vorrebbe dire che sono tutti in prima squadra

Quando i ragazzi arrivano in prima squadra, però, lui si fa da parte. «Sono molto ombra: mando i complimenti dopo che hanno giocato. Il rapporto ce l’ha Michele Nicolin, che sa dare il giusto peso alle cose, sa quando essere duro e quando no. Per me è un maestro.» Anche Giulio Pellizzari, l’outsider della stagione, per lui non è stato una sorpresa: «Chi l’ha avuto in Primavera aspettava solo che qualcuno se ne accorgesse».

In quella fase entrano in gioco anche i procuratori. «Sono importanti se sanno consigliare il ragazzo nei momenti difficili. Se alla prima panchina, o alla prima volta che invece del trequartista fa l’esterno basso, gli dici “hai ragione, il mister non capisce niente”, non stai facendo il suo bene. Prima del contratto parla il campo: abbiamo dieci scout in provincia, se sei forte ti veniamo a trovare lo stesso».

Il modello Bilbao

Quando arrivò a Vicenza, gli chiesero a quale modello si ispirasse. La risposta fu l’Athletic Bilbao. «Per i colori della maglia, sicuro», ride. «Ma soprattutto perché per statuto rappresentano un territorio. Sei costretto a non dire “mi serve l’attaccante di là”. Questi sono quelli che hai: li devi lavorare bene e farli diventare forti. È il mio lavoro».

Il Vicenza non ha una foresteria: i ragazzi arrivano dalla città e dalle province vicine. «Siamo fieri di essere espressione del territorio. Competere in alto con i ragazzi di casa vuol dire tenere alta la qualità del lavoro. E per i tifosi vedere tanti giocatori nostrani in prima squadra è un doppio stimolo». Se in futuro servirà cambiare, lo dirà la B.

Questi sono quelli che hai: li devi lavorare bene e farli diventare forti. È il mio lavoro

Il territorio, però, va anche coltivato. Le società gemellate sono 52, e il gemellaggio non costa nulla: una scelta della proprietà, in un mondo dove le affiliazioni sono spesso un business. In cambio il Vicenza offre formazione: sei o sette incontri all’anno in sede con relatori diversi. L’ultimo della scorsa stagione era con Fabio Gallo, e in passato è intervenuto anche Maurizio Viscidi, coordinatore delle nazionali giovanili, che ha pubblicamente apprezzato il lavoro del vivaio. «Ai presidenti ho lanciato una sfida: dovete essere orgogliosi, fare a gara a chi manda più giocatori al Vicenza.» Alle società viene sempre riconosciuto qualcosa anche economicamente, e i tornei per le gemellate diventano occasioni di scouting: in uno, 34 squadre di pulcini in due giorni, con un giocatore della prima squadra alle premiazioni.

Poi c’è la Future Coach Academy, un’idea che Simeoni teneva nel cassetto da tempo: un corso di 40 ore per allenatori del territorio, realizzato con un partner esterno e con tutte le lezioni registrate. «Se riusciamo ad alzare la qualità del lavoro sul territorio, ne beneficiamo anche noi, perché è lì che andiamo a scovare i giocatori». Stesso spirito per i camp estivi e per i più piccoli, dai tre-quattro anni: «Dare a chiunque la possibilità di allenarsi con i nostri allenatori. E ogni tanto qualche ragazzino di cui accorgersi salta fuori».

Se non gioca a 21 anni, non gioca mai

Allargando lo sguardo al calcio italiano, per Simeoni il nodo non sta nei vivai ma nelle prime squadre, e lo riassume citando Sir Alex Ferguson: puoi avere i migliori allenatori, lo scouting e gli impianti migliori, ma se l’allenatore della prima squadra non fa giocare i giovani, hai fatto tutto per niente. «A Vicenza gli allenatori passati hanno avuto quel coraggio, e quest’anno il mister ancora di più, dimostrando che si può vincere con i ragazzi del vivaio. In Italia l’allenatore rischia la panchina ogni tre partite, e allora si rifugia nell’usato sicuro».

Se l’allenatore della prima squadra non fa giocare i giovani, hai fatto tutto per niente

Poi una proposta che sa essere impopolare. «Forse le Under 23 dovrebbero avere un campionato tutto loro, non lo so. Ma c’è troppa dispersione di talento: i ragazzi escono dalla Primavera, vanno in C e non trovano spazio. Se non gioca a 21 anni, non gioca mai». Da qui un consiglio che spiazza: «Se non trovano da giocare in Italia, i ragazzi dovrebbero cercare opportunità all’estero, per poi magari rientrare. Parliamo di vivai italiani in crisi, e intanto il Dortmund fa giocare un diciottenne formato nel Sassuolo».

Dal traffico di Vicenza a quello di Roma

La promozione in B cambia la scala. «B come bellissimo», scherza, ma poi torna alla sua metafora. «Finora abbiamo giocato nel traffico di Vicenza, adesso andiamo in quello di Roma. In C abbiamo dominato, e a un certo punto inizia a non esserci gusto. È giusto andare a prendere anche gli schiaffi, che sono formativi».

Il salto di categoria diventa anche uno strumento di misura. «Se il tuo giocatore vince i duelli con il suo diretto avversario e due anni dopo vedi quell’avversario esordire in Serie A, capisci il livello. Se invece quello che consideravi forte non vede nemmeno gli esterni che gli scappano via, capisci che le categorie esistono per un motivo.» Il vivaio, del resto, quei campionati li ha già giocati, con una semifinale scudetto Under 16 contro il Milan. «L’asticella ce la alzano i campionati, ma ce la alziamo anche noi».

L’asticella ce la alzano i campionati, ma ce la alziamo anche noi

Per capire da dove si è partiti, basta tornare al 2018, dopo il fallimento. Nicolin, De Pretto e Stevanin passarono giorni interi in sede a parlare con tutti, giocatori, allenatori e dirigenti, per scegliere chi tenere. A Simeoni toccò il progetto tecnico: le aree, la videoanalisi che non esisteva, l’area performance. La difficoltà più grande fu unire due settori giovanili e le loro due fazioni di genitori.

Un ricordo lo racconta sorridendo. Allenava i 2002 e, al terzo giorno, l’autista del pulmino lo avvisò che i ragazzi discutevano su quale gruppo sarebbe stato favorito. «Li ho presi tutti e diciassette e gli ho detto: io non rischio il mio lavoro per le vostre storie. Gioca chi pedala e chi merita questa maglia, che arrivi da Vicenza, da Bassano o da Treviso».

Otto anni dopo, la regola è rimasta quella.

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Leonardo Favero

Coordina la presenza social di Linea Lane, pianificando le pubblicazioni e adattando articoli, video e conversazioni ai linguaggi delle diverse piattaforme. Tiene il filo tra il sito e le community che seguono Linea Lane sui social.