Sono passati quattro mesi dalla puntata 212 di Linea Lane, quella che il 20 maggio abbiamo dedicato interamente al Romeo Menti, con Marco Bellinazzo del Sole 24 Ore, l’architetto Riccardo Cestari e l’assessore allo sport Leone Zilio. Quella sera abbiamo messo in fila tutte le domande. La risposta, però, non l’ha ancora scritta nessuno.
Probabilmente nessuno la scriverà ancora per un po’. Eppure, oggi il Vicenza gioca in Serie B, cioè esattamente nella categoria che la proprietà aveva indicato come condizione per mettere mano allo stadio. L’alibi, almeno quello, è caduto.
In puntata, per rispetto degli ospiti, ci siamo limitati alle domande. Qui proviamo a tirare le conseguenze delle risposte.
Ventimila è un numero, non un progetto
Quando abbiamo chiesto a Cestari quante persone potrebbe contenere un Menti ricostruito o ristrutturato nella stessa area, non ha esitato: ventimila tranquillamente, forse anche ventiduemila. Qualche anno fa, da tifoso, aveva perfino abbozzato uno studio preliminare.
Il rischio è partire da quel numero, quando dovrebbe essere un punto d’arrivo. La domanda vera, quella con cui avevamo chiuso la puntata, è un’altra: che cosa deve diventare il Menti? Finché resta senza risposta, tutto il resto è rumore di fondo: la capienza, i parcheggi, la concessione, perfino i lavori che si fanno oggi.
Bellinazzo l’ha detto meglio di come potremmo dirlo noi: non esiste lo stadio ideale in assoluto, esiste lo stadio ideale per una certa città. Prima si decide che cosa deve essere e per chi, poi si calcola quanta gente deve poterci entrare, fermi restando i limiti dell’area.
La nostra risposta è fin troppo ovvia: il Menti deve restare dov’è. Ma non può restare com’è.
Il Paese dei rendering
Per capire perché la partita di Vicenza conta, bisogna allargare lo sguardo. Il quadro che ci ha tracciato Bellinazzo, da studioso della materia, è impietoso. L’Italia ha sprecato Italia ’90: gli stadi furono rifatti guardando al passato e si rivelarono vecchi prima ancora di essere finiti. Mentre in Inghilterra si investiva sugli impianti, anche con risorse pubbliche (scelta che ha i suoi pro e i suoi contro), da noi ci si illudeva che i soldi delle pay tv sarebbero bastati per sempre.
Negli ultimi quindici anni in Europa sono nati circa centocinquanta stadi nuovi, in Italia due o tre. Inter e Milan incassano dallo stadio tra i 70 e gli 80 milioni a stagione, il Real Madrid con il nuovo impianto supera abbondantemente i 200. Bellinazzo l’ha riassunta con una battuta che fa sorridere e insieme riflettere:
Siamo campioni del mondo di rendering e di plastici, ma di cantieri se ne vedono pochi
E quando i cantieri si aprono, il sistema riesce a farsi male da solo. A Udine le aree commerciali previste sotto lo stadio sono rimaste bloccate per una decina d’anni, tra verifiche della Corte dei conti e indagini poi finite nel nulla: quattro o cinque milioni di ricavi l’anno mai incassati, una cinquantina in un decennio.
In questo quadro Vicenza non è un caso minore. Per bacino, storia e proprietà è una delle poche piazze della sua dimensione che possono davvero farcela. Quasi più un onere che un onore.
Perché restare in città
Il Menti ha qualcosa che molti club hanno provato a ricomprare, a caro prezzo, negli ultimi vent’anni: sta dentro la città. Cestari ha ricordato che in Inghilterra parecchi stadi costruiti fuori dai centri negli anni Novanta sono diventati elefanti bianchi, costosi, difficili da raggiungere, vivi solo il giorno della partita. Anche in Italia il vento è cambiato: dopo la stagione degli impianti in periferia (Bari e Padova sono sotto gli occhi di tutti), si torna a pensare a stadi che si possano vivere senza prendere la macchina.
Vicenza lo fa già. Nei giorni di partita i parcheggi a ridosso dello stadio restano in buona parte vuoti: la gente arriva a piedi, con i mezzi, oppure parcheggia lontano e attraversa il centro storico. Lo vive, si ferma nei bar, lo riempie. La festa promozione in piazza, con migliaia di persone oltre quelle previste dal piano di sicurezza, è stata l’ennesima prova che squadra e città sono la stessa cosa.
I tifosi, lo diciamo da sempre, sono l’azionista più importante, del Comune come della società. Esiste una proprietà economica ed esiste una proprietà morale, e la seconda è immortale. Quell’azionista si è già espresso, anche con il record di abbonati arrivato dopo una finale playoff persa: lo stadio resta lì. Né il Comune né la proprietà potrebbero permettersi di ignorarlo.
Spostarlo, del resto, non risolverebbe i problemi: li trasferirebbe altrove, con terreni da acquisire, strade da costruire, collegamenti da inventare. Lo spazio per crescere invece c’è già: l’area antistadio è la naturale evoluzione del Menti, e la vicinanza all’università è una carta in più. Ricostruire sul posto non è un’utopia. A Bergamo l’Atalanta ha comprato all’asta lo stadio dal Comune e l’ha rifatto a pezzi; a Udine i lavori hanno toccato una parte dell’impianto. Formule diverse, stesso presupposto: un patto chiaro tra club e città.
Ma non può restare com’è
Che il Menti vada rinnovato lo si dice, stancamente, da anni, in una discussione fatta di tantissima teoria e pochissima pratica. Il punto, però, è semplice. Uno stadio usato trenta volte l’anno, se va bene, ripaga l’investimento in settant’anni. A renderlo redditizio è la capacità di diventare un organismo che vive in simbiosi con il quartiere, su più livelli e più funzioni, il più possibile tutto l’anno. Dove è successo, i ricavi da stadio sono cresciuti tra il 20 e il 50 per cento.
Il Menti di oggi vive di biglietti e di passione, con bagni fatiscenti e una struttura tenuta in piedi a forza di toppe e cerotti. Si accende per novanta minuti e si spegne subito dopo. E uno stadio che porta in cassa qualche milione serve a poco se l’ambizione è alta (poi, su quanto quell’ambizione sia fatta di concretezza e quanto di parole, ci sarebbe da aprire un altro capitolo).
Non per questo la risposta è il polo polifunzionale aperto sette giorni su sette, la formula che ricorre in quasi ogni rendering italiano. I servizi devono completare quelli del quartiere, non fare loro concorrenza: un centro commerciale accanto a un altro, o negozi che tolgono clienti a quelli di prossimità, fanno solo danni. In un’area densa come quella del Menti immaginiamo qualcosa di più sobrio. Uno stadio che guadagni molto di più nel giorno di gara, con hospitality, skybox e aree corporate che oggi non esistono, e che abbia buone ragioni per restare aperto durante la settimana e, perché no, ospitare concerti ed eventi in off season.
Una di queste ragioni, poi, ce l’abbiamo già in casa: un museo che racconti quasi 125 anni di storia biancorossa, oltre novanta dei quali vissuti proprio al Menti.
Costruire per fasi, cominciando dai ricavi
Su questo punto, in puntata, non tutti la pensavano come noi. Bellinazzo considera la ristrutturazione a pezzi un’extrema ratio: durante i lavori il club perde ricavi, e un impianto vecchio impone limiti che uno nuovo non avrebbe. Ha ragione. Ma lui stesso ha ammesso che, con uno stadio di novant’anni dentro la città, non c’è alternativa.
Cestari ha spiegato perché: demolire e ricostruire tutto significherebbe giocare almeno una, forse due stagioni altrove, e in Veneto l’unico posto ragionevole sarebbe Cittadella. Con tutto il rispetto, non ci sembra una prospettiva praticabile e/o accettabile.
La questione allora non è se costruire per fasi, ma come. Lo stadio finale va disegnato oggi, per intero, e costruito partendo da ciò che produce ricavi per ogni spettatore: una tribuna nuova, con hospitality e servizi all’altezza. Non da ciò che aggiunge semplicemente posti. La capienza crescerà quando i risultati la renderanno necessaria (e prima, magari, pensiamo a salvarci).
Una cosa però va detta subito: il progetto non si può accelerare o frenare a ogni promozione o retrocessione. La Serie B è la piattaforma da cui partire. La proprietà il tema l’ha rimbalzato al territorio in modo molto diretto: da sola OTB non ce la fa, e ha chiesto una mano al mondo imprenditoriale, che finora non sembra aver risposto con entusiasmo. Il Comune non metterà soldi, ed è giusto così: gli stadi li devono fare i privati, i fondi comunali servono alla collettività per altro. E non guardiamo a Lecce o a Firenze, perché lì gli obiettivi sono diversi (Euro 2032) e ci sono accantonamenti precisi, fatti ad hoc.
Il Comune può però aprire un dialogo con l’imprenditoria. La proprietà, dal canto suo, non può accendere e spegnere il tema stadio a seconda del risultato sportivo: non deve diventare una scusa, e non sarebbe coerente con una progettualità seria.
Il pubblico mette l’impianto, il tempo e la velocità delle procedure; il privato mette i capitali e incassa i ricavi. Ma prima di ricevere proposte, il Comune dovrebbe dire con chiarezza che cosa vuole da quell’area. Le regole del gioco si scrivono prima della partita.
La mobilità non è un allegato
L’urbanistica resta il tema più serio: accessi, parcheggi, flussi. L’assessore Zilio, dati alla mano, sostiene che oggi il sistema funziona e che cinque, sei, settemila persone in più non lo spaventano.
I suoi numeri meritano attenzione. Il parcheggio di Borgo Berga, sotto il tribunale, nei giorni di partita è occupato per il 20-30 per cento, e da lì allo stadio si arriva a piedi in quattro minuti. Il Cricoli offre cinque-seicento posti a venti minuti di cammino. Da quando il Comune e il Centro di coordinamento biancorosso hanno diffuso la mappa dei parcheggi con i tempi di percorrenza, le multe sono diminuite e la pressione sui residenti si è allentata. È anche una questione di abitudini e di informazione, e le abitudini si possono cambiare.
Il nodo vero è il tifo ospite. Dopo la riqualificazione di Largo Paolo Rossi manca un’area sufficiente per accoglierlo nelle partite di cartello, e il trasporto da un parcheggio esterno finisce imposto all’azienda del trasporto pubblico, con costi che oggi ricadono sulla società.
Uno stadio da ventimila posti in pieno tessuto urbano funziona solo se la maggior parte delle persone arriva a piedi, in bici o con un mezzo collettivo. Vicenza lo fa già, ma con circa tredicimila spettatori. La regola, quindi, dovrebbe essere semplice: ogni mille posti in più, un piano concreto per spostare mille persone in più. Non dopo: insieme.
La concessione è il vero progetto
Resta il rapporto tra Comune e società. La convenzione attuale, firmata all’insediamento della giunta, decorreva dal 1° luglio 2023 e scadeva il 30 giugno 2026. La società ha chiesto la proroga prevista dal contratto e il Comune l’ha concessa, ma è un accordo che oggi non giova a nessuno, e lo ha riconosciuto lo stesso assessore.
Il Vicenza paga un canone tra i 60 e i 100 mila euro l’anno, a seconda della categoria, e si occupa della gestione ordinaria. La manutenzione straordinaria di un impianto di novant’anni e passa spetta invece al Comune, che non ha i soldi per farla tutta e ha i tempi di una pubblica amministrazione: nei cinque anni della giunta precedente ha speso più di un milione. Il Comune incassa poco e spende molto, la società gestisce qualcosa che non può migliorare. E se l’alternativa è ristrutturare per qualche migliaio di posti, a qualunque proprietà conviene tenersi lo stadio a centomila euro l’anno e tirare avanti.
Per uscire dallo stallo serve una concessione molto più lunga, che il sindaco si è detto disponibile a riconoscere davanti a un progetto importante. Con un’insidia: allungare una convenzione in corso in cambio di investimenti rischia di cambiare le regole della gara originaria, con gli uffici tecnici che si fermano e i concorrenti pronti al ricorso. Per questo la nuova concessione non deve essere un’appendice della vecchia. Deve nascere insieme al progetto, dentro gli strumenti che la legge stadi del 2021 già offre: una proposta del privato con il suo piano economico-finanziario, una convenzione, i progetti tecnici.
Quella concessione è il progetto. È il documento in cui la risposta a «che cosa deve diventare il Menti?» smette di essere un’opinione e diventa un impegno, con tempi, fasi, investimenti minimi, verifiche e conseguenze chiare in caso di inadempimento. Compreso quello che succede se la squadra scende di categoria, che, come dicevamo, non può diventare l’ennesimo pretesto per rimettere tutto nel cassetto.
Nel frattempo, si continua a rattoppare. La riapertura della Curva Azzurra, chiusa da quasi vent’anni, ha restituito circa settecento posti al tifo biancorosso, con un investimento pubblico di circa 200 mila euro e sei mesi di lavori tra progetti, prefettura, questura e vigili del fuoco. Era un’emergenza ed è stato giusto affrontarla, e lo stesso vale per quello che arriverà adesso: la Serie B porta nuovi adempimenti, la questura chiede telecamere, tornelli e sala operativa più moderni. Interventi da centinaia di migliaia di euro che nessuno, né Comune né società, ha voglia di pagare.
Da qui in avanti, però, ogni euro speso sul Menti dovrebbe superare un test molto semplice: è compatibile con lo stadio finale? Se oggi non sappiamo rispondere, è perché il concetto dello stadio finale ancora non esiste. Ed è esattamente questo il problema.
Un conto alla rovescia che parte adesso
Resta una questione di calendario. Quando abbiamo chiesto a Cestari quanto tempo servirebbe nella migliore delle ipotesi, la risposta è stata disarmante: il progetto si può consegnare anche in un mese, il resto sono procedure, autorizzazioni e verifiche, con il problema tutto italiano di trovare chi abbia l’esperienza per controllare un progetto del genere. Totale: dai cinque ai dieci anni.
Bellinazzo è stato un po’ più ottimista. Con la struttura commissariale voluta dal governo, che dovrebbe consentire ai sindaci di fare da commissari sui progetti degli stadi, il via libera potrebbe arrivare in due anni anziché cinque, a cui aggiungere due o tre anni di cantiere. Circa cinque anni in tutto, gli stessi tempi su cui si stanno muovendo le ristrutturazioni in vista di Euro 2032.
Il Menti compirà cent’anni nel 2035. Se si partisse davvero entro il prossimo anno, con tempi italiani ma non disastrosi, il centenario potrebbe coincidere con l’inaugurazione di uno stadio nuovo, nello stesso posto. È una scadenza simbolica, certo, ma le scadenze simboliche sono spesso le uniche che una città rispetta. Se invece si aspetta ancora, il centenario lo festeggeremo tra i plastici.

